Una parola ancora
Parole, parole, parole
Ascoltami
Parole, parole, parole
Ti prego
Parole, parole, parole
Io ti giuro
Parole, parole, parole, parole parole soltanto parole, parole tra noi
Ecco il mio destino, parlarti, parlarti come la prima volta
Mina, Parole parole parole (ritornello)
giovedì 6 dicembre 2007
Sms: futuro pericoloso?
Alcuni anni fa, su un Topolino c'era la pubblicità di una rete di telecomunicazione mobile: promuoveva l'uso degli SMS. I primi.
Non esistevano ancora i videofonini, i cellulari di ultima generazione, quelle piccole meraviglie che sembrano un computer in miniatura.
Ricordo ancora cosa recitava la campagna pubblicitaria:
"C'è ancora una cosa che non ti ho detto...
Possibile? Dopo duecento messaggi?"
con i protagonisti seduti agliestremi di uno stesso divano, sorrisi ebeti e sgurdo fisso sul display. Avevo sorriso. Potenza della nuova tecnologia. Parlarsi senza usare le parole.
L'altro giorno, l'SMS ha compiuto gli anni: 15.
Dilaga. Ancora. E quella pubblicità, quell'immagine che mi aveva fatto sorridere, che sembrava l'esasperazione bonaria di una realtà che mai si sarebbe concretizzata, è diventata una gorttesca premonizione. Perfino ottimistica.
E mi ha fatto rimpiagere quando mia madre, per chiamarmi a cena, si affacciava al poggiolo e urlava il nome mio e di mia sorella.
martedì 30 ottobre 2007
Delle ricorrenze
Sulla riva
una collana
di fiamme di lucciole.
Kawabata Bohsa
Halloween.
Degenerazione o inconscio bisogno di ristabilire un rapporto con il nostro passato, le mostre radici?
Feste per celebrare il culto dei morti e degli antenati sono diffuse in tutto il folklore mondiale, lontane l'una dall'altra per impostazione e strutture, eppure estremamente vicine per intenti e aura di sacralità.
Samhain, la notte che precede l'alba del 1° Novembre, è un'atichissima festività celtica, che prende anche il nome di Trinox samonia o "Tre Notti dalla Fine dell'Estate". Festa sacra per eccellenza si protraeva per tre notti. Tra l'altro era considerata la notte in cui le porte dell'Altromondo si schiudono permettendo il transito tra i due piani della realtà. A Samhain, il tempo umano viene sospeso dall'intervento del Sacro, e questo rende possibile l'intrusione del fantastico nel reale. Samhain è un lasso di tempo in cui gli spiriti possono liberamente mischiarsi agli esseri umani (da qui l'idea delle maschere nate proprio per confondere gli spiriti). Hanno così luogo tutti quegli avvenimenti magici e leggendari che costellano la mitologia irlandese e gallica. Questa festa segnava l'inizio dell'inverno e introduceva l'anno nuovo.
In Giappone, ad Agosto, si celebra una simile festività in onore die defunti: l' o-bon. Durante lo O-bon, il legame molto stretto tra i vivi e i morti è vissuto collettivamente, non p
rivatamente come avviene nel resto dell'anno. Per capire quanto questo legame sia forte, basta pensare che i defunti vengono cremati, dopodiché le loro ceneri vengono custodite in casa per 49 giorni, passati i quali l'urna (kotsutsubo) viene deposta nella tomba (o-haka). In quei giorni è consuetudine l'ohaka mairi, la visita alle tombe degli antenati, lavandole, mettendovi fiori freschi, offrendo incenso (senko), candele (warosoko), cibi e preghiere.Dopo la visita al cimitero, vengono esplosi i fuochi d'artificio (hana-bi) per dare agli spiriti il bentornato nel loro mondo. Alla fine della festa, insieme ai fuochi per accompagnarli nel viaggio di ritorno (okuribi), si fanno le tourou nagashi, "lanterne galleggianti", per poi lasciarle navigare e guidarli. Centinaia di lanterne colorate, più o meno elaborate e preziose, si muovono dolcemente sull'acqua; tra di esse spiccano quelle bianche, riservate alla commemorazione dei defunti morti nell'anno in corso.
rivatamente come avviene nel resto dell'anno. Per capire quanto questo legame sia forte, basta pensare che i defunti vengono cremati, dopodiché le loro ceneri vengono custodite in casa per 49 giorni, passati i quali l'urna (kotsutsubo) viene deposta nella tomba (o-haka). In quei giorni è consuetudine l'ohaka mairi, la visita alle tombe degli antenati, lavandole, mettendovi fiori freschi, offrendo incenso (senko), candele (warosoko), cibi e preghiere.Dopo la visita al cimitero, vengono esplosi i fuochi d'artificio (hana-bi) per dare agli spiriti il bentornato nel loro mondo. Alla fine della festa, insieme ai fuochi per accompagnarli nel viaggio di ritorno (okuribi), si fanno le tourou nagashi, "lanterne galleggianti", per poi lasciarle navigare e guidarli. Centinaia di lanterne colorate, più o meno elaborate e preziose, si muovono dolcemente sull'acqua; tra di esse spiccano quelle bianche, riservate alla commemorazione dei defunti morti nell'anno in corso.Le suggestioni evocative sono più forti di luci e lucine al neon.
giovedì 11 ottobre 2007
Aki-autunno
domenica 30 settembre 2007
Scomparire
È tornata.
Quella stanza buia. Senza uscite.
Te ne sai accorta, vero?
La voce non ha suono.
Non passa nulla.
Nemmeno la luce.
Resti chiusa dentro.
Rimani.
A terra. Piegata. Avvolta. Sprofondata.

Non puoi uscire. Inutile.
Basta ribellarsi. Resta solo quell’ illusione.
Pensavi di averla chiusa.
Eri sicura di averla sbarrata. Te ne eri andata con la chiave in tasca. Per perderla chissà dove.
Dimenticata.
Passata.
Non è servito.
E tu ci sei di nuovo dentro.
Soffochi. Le mani strette alla gola.
Non respiri. O sei tu a non volerlo più fare?
Che importa? Nulla.
Lo sai. Tanto, in questa stanza non arriva niente.
E il silenzio è bianco. Come la neve. Come la paura. Ovatta.
Silenzio. Silenzio. Silenzio!
Quanto può urlare il silenzio?
Ti sembra di impazzire.
Vedi. Vedi la luce. Li fuori.
E non la puoi toccare.
Non ci arrivi.
La porta si è chiusa di nuovo.
Sprangata dietro di te.
Tremi. Piangi. Disperati.
Non serve.
Lo sai.
Lo sai anche tu.
Non serve a nulla.
Quella luce l’hai sfiorata una volta.
Ricorda.
Prima non c'era.
Adesso, non resta fuori.
S’insinua fra le inferiate.
Provaci.
Ricomincia.
Riapri.
Ritorna.
Continua. A vivere.
Quella stanza buia. Senza uscite.
Te ne sai accorta, vero?
La voce non ha suono.
Non passa nulla.
Nemmeno la luce.
Resti chiusa dentro.
Rimani.
A terra. Piegata. Avvolta. Sprofondata.

Non puoi uscire. Inutile.
Basta ribellarsi. Resta solo quell’ illusione.
Pensavi di averla chiusa.
Eri sicura di averla sbarrata. Te ne eri andata con la chiave in tasca. Per perderla chissà dove.
Dimenticata.
Passata.
Non è servito.
E tu ci sei di nuovo dentro.
Soffochi. Le mani strette alla gola.
Non respiri. O sei tu a non volerlo più fare?
Che importa? Nulla.
Lo sai. Tanto, in questa stanza non arriva niente.
E il silenzio è bianco. Come la neve. Come la paura. Ovatta.
Silenzio. Silenzio. Silenzio!
Quanto può urlare il silenzio?
Ti sembra di impazzire.
Vedi. Vedi la luce. Li fuori.
E non la puoi toccare.
Non ci arrivi.
La porta si è chiusa di nuovo.
Sprangata dietro di te.
Tremi. Piangi. Disperati.
Non serve.
Lo sai.
Lo sai anche tu.
Non serve a nulla.
Quella luce l’hai sfiorata una volta.
Ricorda.
Prima non c'era.
Adesso, non resta fuori.
S’insinua fra le inferiate.
Provaci.
Ricomincia.
Riapri.
Ritorna.
Continua. A vivere.
venerdì 28 settembre 2007
Lete: fra due realtà
Lete: fra due realtà
sabato 8 settembre 2007
Il cielo sopra Berlino
Mi piacerebbe vedere la tua faccia, giusto per guardarti negli occhi e dirti
quanto è bello essere qui…Quaggiù è bello fumare, prendere un caffè…e se lo fai
insieme è fantastico.
Peter Falk, nel ruolo di se stesso.
Wim Wanders. Maggio 2004.
Fu la prima volta che vidi questo film. La prima, grazie alla creatività del mio professore di italiano.
Una fascinazione che sfiora la filosofia, sale nelle pieghe dell’immaginazione e scende nei recessi dell’ovvietà.
Un film. Un insieme di scene trasportate su una striscia di cellulosa. Fotogrammi montati con pazienza ed arte. Splendido. Complesso, ma mai complicato. Come sono tutte le cose. Come dovrebbero essere molte cose.
Un inno.
Alla semplicità e alla bontà. Un freccia spezzata per quella banalità, per la naturalezza e la consuetudine della quotidianità che viene persa nelle pieghe di una vita che, alla fine, non viene vissuta.
Straniante.
Sentimenti conosciuti ritratti per intuizione; livello fisico ed emozionale. Temi che si intrecciano, malinconia, riflessione, dolcezza. Dolore. Rassegnazione e speranza.
Impotenza.
Davanti a qualcosa che non si capisce; davanti alla voglia di capire. E di cercare di farcela.
Tematiche. Molte.L’infanzia, l’amore, l’identità, l’introspezione, la memoria, la possibilità di decidere…Sono molte, e non tutte facilmente afferrabili, in una trama che scorre lenta e languida sullo schermo nelle sue sfumature di chiaroscuro.
Bianco e nero. E grigio. Come la vita che sfiora il cuore di ciò che la muove, che la rende degna di esser vissuta.
I colori. Alla fine. Quando, finalmente, la corazza degli angeli diventa troppo pesante e precipita al suolo. Diventa una semplice armatura, buona solo per esser impegnata.
Chi sono io?
Basta questa semplice, ingenua, infantile domanda. È questo il fulcro della narrazione. È una domanda pericolosa. Scomoda. Perché significa affrontare se stessi. Mettersi in discussione. E, forse, restare intrappolati in un labirinto, in un circuito mentale che noi stessi creiamo, dimenticandoci di pianificare anche l’uscita.
Eppure, porsela è all’origine del dubbio, del gusto dell’uomo si sfidare. Chiunque. Anche se stesso.
Una fiaba. Dolce, lenta, struggente. Agrodolce. Come quelle dell’infanzia. Con angeli umani che scendono sulla terra, con un uomo che porta la memoria smarrita del passato, con la speranza della resurrezione fra macerie di muro e sterpaglie.
Quando il bambino era bambino, si strozzava con gli spinaci, i piselli, il
riso al latte e con il cavolfiore bollito. E adesso mangia tutto questo, e non
solo per necessità. Quando il bambino era bambino, una volta si svegliò in un
letto sconosciuto, e adesso questo gli succede sempre. Molte persone gli
sembravan belle, e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di
fortuna. S'immaginava chiaramente il Paradiso, e adesso riesce appena a
sospettarlo. Non riusciva a immaginarsi il nulla, e oggi trema alla sua idea.
Quando il bambino era bambino, giocava con entusiasmo, e adesso è tutto immerso nella cosa, come allora, soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.
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